vetrinometro: quattro vetrine

ma è stato il figlio arriva a quel finale con un'altra veste. quella di una nerissima commedia grottesca cucita dal racconto di un narratore seduto alla posta (il grande alfredo castro di tony manero e post mortem), personaggio che ciprì ha davvero conosciuto in un ufficio pubblico di palermo. il contrasto fra il volto e il tono funerei del narratore e l'energia del chiassoso, manesco, ingenuo nicola ciraulo - il capo famiglia, il protagonista - sono i due poli del film. perché, se non ci fosse la rivelazione finale, resterebbe solo una commedia grottesca. rileggendo tutto dopo i titoli di coda, invece, si avverte l'orrore della vicenda piombarci addosso, come un sipario, appunto, come la macchina da presa nel finale.
eppure, mi sbaglierò, a me non pare un film riuscito. anzi, a tratti è quasi irritante per lo strabordare ridanciano di servillo, in libera uscita dai ruoli di mafioso, di ragioniere del diavolo e diavolo e basta, troppo invadente per ricordare certe perle comiche di ciprì nei giorni con maresco. e poi, quell'insistere su volti brutti di anime brutte, è un giochino che annoia un po'. le scudisciate da cavar la pelle (la benedizione del mercedes), si mescolano male a parentesi che ti fanno galleggiare nell'attesa (la gita al mare: ma per dirci quanto capatosta fosse la bimba, forse bastava il gioco con la pistola) e c'è un'allegra tristezza da freaks della porta accanto, tutti per contratto con facce deformate da smorfie non indispensabili, che lima le unghie al film. vai al cinema ripensando alla desolazione spaventosa, autentica e all'irriverenza urticante di totò che visse due volte e avverti persino un lontanissimo, imprevedibile retrogusto dolciastro.
sarà un caso, ma il ciprì che io ricordavo dai giorni con maresco riaffiora proprio quando servillo non c'è: soprattutto nella sequenza del cinema, vero schifo da provincia del sud, maschilista, mafiosa, arida, cupa. spaventosa. lì, sì.
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