sabato 18 agosto 2012

ama il tuo nemico

il primo uomo, di gianni amelio, con maya sansa, jacques gamblin, catherina sola (ita/fra/alg, 2011, 98')

al cinema anteo di milano

in filigrana c'è la battaglia di algeri, con l'attentato raccontato dall'interno di una sala da ballo piena di ragazzi e quel basco rosso da parà che ondeggia per strada nella penultima inquadratura. ma il primo uomo è un altro film, più moderno e attuale, rispetto al fiammeggiante, appassionato, carnale manifesto di pontecorvo, che inneggiava alla rivolta dei popoli oppressi e, pur cercando di dar voce al punto di vista dei francesi occupanti che risiedevano in algeria negli anni '50, era schierato, senza esitazioni, dalla parte degli occupati.

la pellicola di gianni amelio, bellissima collezione di volti, ragiona invece sul tema della possibile convivenza tra i due popoli e le due culture, mettendo in scena la storia di jean, uno scrittore franco algerino che rientra nel paese nord africano incendiato dal terrorismo e, alla ricerca di notizie sul padre, un pied-noir caduto nella prima guerra mondiale, ripercorre il proprio passato. mentre, sullo schermo, la storia del suo ritorno a casa si intreccia con il racconto della sua infanzia.

jean, un alter ego di albert camus (dal cui romanzo omonimo e incompiuto è tratto il film), non è un europeo privilegiato. ma, tirato su in una umiliante povertà da una nonna-tiranno e da una madre troppo giovane e troppo presto vedova, cresce con un profondo senso della giustizia, aiutato anche da un insegnante che va persino dietro la lavagna per mettersi all'altezza dei ragazzi e provare a parlare la loro lingua. e che, anni dopo, ammetterà (genialmente) di essersi sempre sentito più vicino ai barbari che agli antichi romani... 

in sostanza, jean sa amare il proprio nemico, il coetaneo arabo che gli ruba le scarpe o lo aggredisce a scuola, non fa la spia, si preoccupa del compagno di classe in castigo come farà, anni dopo, del figlio di costui in prigione. e capisce quando è giusto opporsi, con fermezza, all'ingiustizia, fin da quando si sottrae con coraggio alla violenza della nonna per non tradire la (debole) madre. ingiustizia che, per altro, non ha bandiera: in questo mondo di colonizzati e colonizzatori, chiunque può essere il tuo carnefice.

arabi e francesi, siamo tutti uguali, sancisce il contadino che non vuole tornare a vivere, come il padre, a marsiglia e il primo uomo arriva al punto: la convivenza, il dialogo fra popoli diversi non è un problema di culture, è un problema di rispetto. non è una questione politica. è una questione morale. e, di conseguenza, il film sottolinea che prima viene chi soffre, prima viene chi è stato schiacciato: nel difendere alla radio la causa araba, infatti, jean adulto chiede ai rivoltosi di non toccare sua madre, che ha patito profonde vessazioni. non conta la pelle, la lingua, la veste, il credo. conta il rispetto per l'uomo.

un attimo prima dei titoli di coda, già si annuncia la tempesta.

peccato solo che il film, essenziale e toccante pur talvolta pericolosamente in zona-tornatore, sia soffocato dal solito, insopportabile doppiaggio italiano, che fa parlare i ragazzini francesi di algeri come i mocciosi dei parioli e crea quel drammatico effetto-sotto vuoto spinto tra l'attore sullo schermo e la sua voce.

ma questa è davvero una battaglia persa...

ps - e poi, c'è quella scena al cinema muto, con nonna, nipotino e cartelli che scorrono troppo in fretta. e la mente corre a un vecchio, bellissimo libro di amelio, il vizio del cinema...

treninellanotte@gmail.com

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