sabato 7 aprile 2012

17 coccinelle

17 ragazze, di delphine e muriel coulin, con louise grinberg, juliette darche, roxanne duran (fra/90'/2011)

non faremo come i nostri genitori
(17 ragazze, di d. e m. coulin)

diventare madri tra i banchi del liceo per dimostrare di poter decidere della propria vita. per ribellarsi a un mondo adulto che sembra chiudere ogni spiraglio ai sogni e all'urgenza di far divampare i 17 anni ("i grandi hanno paura di tutto: di morire, di invecchiare, di perdere il lavoro"). per sfuggire alle regole di casa, a un'idea di famiglia tradizionale che - in effetti - non sembra più nemmeno esistere, alla monotonia della vita di provincia. e per creare una comunità di sole giovanissime donne che crescano i figli tutte insieme. è la rivoluzione rosa raccontata in 17 ragazze, ambientato in bretagna ma ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto negli stati uniti, un'altra perla nella collana di film sulla fatica di crescere che il cinema francese inanella da qualche anno (stella e tomboy due splendidi precedenti).

tutto nasce da camille, capopopolo con profilo da spaccacuori del cinema adolescenziale americano di qualche decennio fa, che cade vittima di un preservativo rotto - o, almeno, così ci racconta - e convince una cerchia di amiche a diventare madri a loro volta. per condividere un gesto di affermazione di sé, per lo spirito di branco degli adolescenti, forse anche per testimoniare che si può essere migliori della sua, di madre, single, distratta, divisa fra turni di notte e il bucato. e, si direbbe, i rimpianti di una giovinezza perduta, che ha lasciato in eredità camille e un figlio maschio, soldato in afghanistan. ma qui non siamo in juno, non ci sono adulti che sostengono - per ragioni diverse - la precoce maternità: gli adulti, anzi, quando (raramente) compaiono sottovalutano, annunciano dolori, tirano ceffoni o non trovano risposte sensate. anche perché non fanno mai le domande giuste. a scuola, poi, il preside pensa di risolvere la rogna sospendendo camille, il prof di ginnastica si preoccupa di dover annullare le prove di salto in alto e l'infermiera senza figli che dice di "dedicarsi a quelli degli altri", fuma in faccia alla futura madre. non c'è dialogo genitori-figli: il film è punteggiato di silenziose inquadrature delle ragazze sedute nelle rispettive camerette, mentre si perdono nelle solitudini di quell'età. o ascoltano una tv che ipotizza una relazione tra l'epidemia di pancioni e la crisi economica. l'incapacità di capire dei grandi, peraltro già sconfitti, è forse il vero cuore del film.

ma non siamo in juno anche perché camille e le altre non hanno la stessa arguzia precoce della ragazzina della commedia di reitman. sullo sfondo della città di lorient, luminosa come la ribelle california ma cementificata come la periferia di parigi, le ragazze si muovono in gruppo, simili alle coccinelle che hanno invaso le strade quell'estate (e c'è chi cerca di farsi ammettere con un cuscino nascosto sotto la maglietta), si accampano lungo le vie e i locali, restano legate a una giovinezza spensierata, fatta di canzoni in auto, seriosi corsi di parto in acqua tramutati in battaglie di schizzi e partite a pallone sulla spiaggia. con un pallone (già, proprio un pallone...) che, attraversando, un falò si accende di fiamme. 

non finirà come immagina camille, non finirà come immaginano le sue amiche, il tempo passa e normalizza tutto, i cavalloni si spengono a riva, le coccinelle muoiono in mare. life is going down, strilla izia sui titoli di coda. ma la potenza del film è nell'atto di sfrontata, genuina, giovanissima ribellione. come imparare a guidare senza aver preso la patente, osserverebbe camille. anche se il risultato è un senso di sconfitta e non consapevolezza - a ben pensarci - spaventoso.


treninellanotte@gmail.com

onta su onta

per chi resta a milano ma ha voglia di guardare lontano, segnalo mare chiuso, documentario di andrea segre e stefano limberti, oggi al cinema mexico di via savona 57, alle 18.40 e alle 20, ingresso 5 euro.

si tratta di un documentario sui respingimenti - da parte delle forze militari e di polizia italiane - di imbarcazioni colme di migranti, compiute nel mar mediterraneo fra 2009 e 2010: tornare in libia, per chi navigava (quasi sempre in condizioni estreme), significava andare incontro ad abusi e violenze. con l'esplosione della guerra a tripoli, però, la situazione è cambiata e i due registi hanno potuto incontrare profughi somali, eritrei ed etiopi fuggiti dalla libia verso un campo di raccolta in tunisia. facendosi raccontare cosa significhi cercare di scavalcare quel mare "in cui i pesci mangiano i marocchini", come dice un personaggio di corpo celeste.

segre è lo stesso regista di come un uomo sulla terra, che trattava lo stesso tema, della video indagine su rosarno sangue verde e di un bel film sui cinesi d'italia, io sono li, ambientato, significativamente, nel nord est italiano, dove l'acqua che si spalanca davanti alle venezie sa già di oriente, di terre lontane, di viaggi per (sopra)vivere (mazzacurati docet).

se volete saperne di più, è imperdibile anche la lettura di il mare di mezzo, di gabriele del grande, appassionante reportage sullo stesso tema condotto da un giovane e appassionato giornalista indipendente.

treninellanotte@gmail.com

venerdì 6 aprile 2012

fiori noir

vi segnalo la nuova rassegna del cineforum del circolo di viale monza, al via lunedì 16 aprile e dedicata alle "variazioni sul tema" del genere noir. programma interessantissimo, con l'apertura dedicata a uno dei numi tutelari (da me eletti, lui ne è ignaro) di questo blog, takeshi kitano, di cui verrà proposto hana-bi - fiori di fuoco. non perdetelo, se potete: vale anche come punto di partenza per risalire a tutto il suo primo cinema, punteggiato di meraviglie come sonatine e il silenzio sul mare.

poi, il 23, fargo, capolavoro dei coen, seguito, tra gli altri, da collateral di mann e l'uomo del treno, di leconte. conducono le serate claudio casazza (giovane filmaker impegnato tra l'altro nella battaglia per salvare il cinema manzoni) e marcello perruca. ingresso gratuito, si comincia alle 21.

cliccate qui per saperne di più.


cosa c'è da vedere a milano/l'agenda di treninellanotte - george harrison: living in the material world, il documentario di scorsese sul "terzo dei beatles", in anteprima all'anteo domenica 15 aprile alle 9, seguito da un incontro con la moglie di harrison, olivia. ci sono 100 biglietti omaggio a disposizione. qui per saperne di più.

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giovedì 5 aprile 2012

è il momento di rivedere

"la lingua parlata dai serbi, dai croati e dai bosniaci è di fatto la stessa. oggi i serbi la chiamano serbo, i bosniaci bosniaco e i croati croato. ma quando parlano si capiscono perfettamente tra loro
(denis tanovic)

vent'anni oggi dal riconoscimento della bosnia indipendente e dall'inizio della guerra nella ex jugoslavia. me lo ha ricordato radio popolare stamattina, mandando in onda vecchie registrazioni con le voci degli assediati, che parevano piovere dallo spazio. e la mente è istintivamente corsa ai film su quegli anni. e, in particolare, fra i tanti, a no man's land, di tanovic, messa in scena quasi teatrale della storia di un soldato bosniaco che resta bloccato su una mina, nel fondo di una trincea nella terra di nessuno in cui si trova anche un serbo. non può sollevarsi, altrimenti la mina esplode. un militare francese delle forze di pace vorrebbe intervenire, ma è bloccato dai suoi superiori, più preoccupati di rispettare la neutralità che di aiutare il giovane. una reporter inglese racconta tutto a un mondo protetto dagli schermi tv. nel finale, la metafora potente di una guerra che troppi hanno osservato da lontano - perché nessuno si azzardava a intervenire davvero - e che ha lasciato ferite profonde e mai sanate. eredità di una tragedia - ci dice tanovic con un misto di angoscia potente e ironia nera molto balcanica - in cui tutti sono destinati a perdere. recuperatelo, se potete. come tutti i film su qualsiasi conflitto, è un film su qualsiasi conflitto.

(nella foto, come giocavano i bambini di sarajevo)

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mercoledì 4 aprile 2012

stazione di vigata

date le circostanze, bisognerebbe parlare della scomparsa di pato. ma qui preferiamo segnalare un film per cultori di camilleri, per esploratori del cinema italiano laterale, per amanti di marcorè. o di nino frassica, speriamo spogliato delle banalità alla don matteo. da venerdì 6 aprile, al cinema centrale di via torino, vi segnalo l'uscita di la scomparsa di patò, di mortelliti, tratto dall'omonimo romanzo proprio di camilleri, di cui mortelliti, attore e regista, è anche il genero (siamo pur sempre in italia, si tiene famiglia). si tratta di un giallo ambientato, ovviamente, a vigata, nel 1890. nel cast, appunto, frassica e marcorè. e il patò che scompare è il contabile che dovrebbe interpretare giuda nella processione del venerdì santo.

per chi non ci fosse mai stato, è anche l'occasione per scoprire il centrale, mini-multisala (due schermi, una delle due sale e così simile a uno scompartimento ferroviario che si teme passi il controllore a obliterare il biglietto) capace di alternare seconde visioni di qualità a proposte di nicchia. inoltre, è uno dei rari cinema che offra una scheda del film in visione (un pochino più curata di quelle dell'anteo/apollo)...

la scomparsa di patò, sceneggiato dallo stesso camilleri con il milanesissimo maurizio nichetti, viene già proposto ai viaggiatori di diverse linee aeree internazionali. e poi ci raccontano che il cinema italiano non sa varcare i confini.

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martedì 3 aprile 2012

riscoperte

che cosa conoscete dei fratelli taviani? vi siete incuriositi dopo la visione di cesare deve morire, premiato a berlino? siete di quelli che sognano rassegne per recuperare il cinema di un'altra epoca, ormai smarrito tra i mille viali dei palinsesti tv (quando va bene)? pensate che il cinema sia fatto per il cinema e non per un computer? segnatevi la rassegna in corso allo spazio oberdan di via vittorio veneto: domani, 4 aprile, prima giornata di proiezioni con fiorile, il prato e padre padrone, il 5 - tra gli altri - san michele aveva un gallo. si prosegue fino al 15 aprile.

(curiosità: in padre padrone c'è pure un giovanissimo nanni moretti...)

cliccate qui per saperne di più e per leggere le schede dei singoli film.

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lunedì 2 aprile 2012

solo a 2.50

domani, 3 aprile, con la proiezione di drive all'apollo di corso vittorio emanuele, continua la nuova rassegna rivediamoli, che permette di (ri)scoprire molti film dell'ultima stagione al prezzo record di 2.50 euro. il martedì all'apollo, il giovedì all'anteo di via milazzo. ciascun film viene proiettato più volte nel corso della giornata (drive, per esempio, alle 13.00, 15.10, 17.20, 19.40 e 21.50). tra i titoli successivi, pina di wenders (giovedì 5 aprile all'anteo), faust di sokurov, l'ultimo allen, la talpa di alfredson, almanya di samdereli, this must be the place di sorrentino. si prosegue fino ad agosto.

qui trovate il programma completo.

la petizione per salvare il cinema manzoni (e questo non è un pesce d'aprile, purtroppo)

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il mio amico long john

questo tenta di essere un blog di cinema, ma anche di visioni. e, quindi, anche di libri e di sport. beh, mi ha colpito il modo un po' frettoloso, quasi marginale, con il quale molti mezzi di comunicazione hanno raccontato la morte di giorgio chinaglia. fuoriclasse sopra le righe di una squadra sopra le righe come la lazio che vinse il suo primo scudetto, il 12 maggio 1974. lo stesso giorno del referendum che introdusse il divorzio in italia, spingendo il paese un passo fuori dalle sacrestie e verso la modernità (per quanto ieri, 1 aprile 2012, 7 milioni di spettatori abbiano speso la sera guardando maria di nazareth su raiuno e qualche dubbio ti venga). in una coincidenza, due eventi rivoluzionari (la lazio non avrebbe più vinto il titolo fino al 2000).

chinaglia era un toro, un attaccante che si trascinava dietro tutto, un toscanaccio figlio di un toscanaccio emigrato in galles per lavorare in un'acciaieria. forse non a caso fu lui a servire a bettega il pallone per la prima vittoria azzurra a wembley, contro l'inghilterra, nel 1973. una rivincita per tanti italiani sradicati come suo padre. chinaglia era il simbolo di una squadra anarchica, unita in campo quanto divisa fuori, folle, nera e autolesionista come folle, nera e autolesionista è da sempre la lazio. prese a ceffoni un tifoso della roma che lo apostrofò in un cinema, ruppe l'orologio che un compagno di squadra sfoggiava orgoglioso solo per dimostrare che non era infrangibile, magari partecipava al gioco preferito dai laziali nei noiosi ritiri prepartita (sparare dietro un hotel), si fece dare del disadattato dal ct valcareggi e del goffo da pasolini. ma "long john", che la lazio l'ha pure acquistata e tentato di riacquistare, era anche un'icona sportiva degli anni settanta, e la gente lo invocava con uno slogan che sa di scontri di piazza degli anni settanta ("giorgio chinaglia è il grido di battaglia"), un po' come accadeva a milano per l'asso della xerox di basket chuck jura ("lotta jura senza paura").

ma l'avventura di quel gruppo e di quello scudetto - ecco il motivo del post - è molto ben raccontata in un libro del giornalista guy chiappaventi, pistole e palloni (ed. limina, 2004), che vorrei consigliare a chi ama il calcio - in quanto romanzo di vita -, a chi ha capito che una squadra vincente può non essere una comitiva dell'oratorio, a chi ha un debole per i campioni senza collare, a chi ha nostalgia degli anni settanta magari senza averli vissuti o avendoli guardati dal basso, a chi cerca spunti per un buon documentario. o magari per un film come il mio amico eric. il mio amico giorgio. beh, ma noi un ken loach non lo abbiamo. e poi chinaglia non era esattamente un red.

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espiazione

doveroso ritratto del blogger dopo essere cascato nel pesce d'aprile sulla chiusura dell'eliseo. che, per fortuna, non chiude.

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domenica 1 aprile 2012

dipingi l'attimo

i colori della passione, di lech majewski, con rutger hauer, michael york, charlotte rampling (swe-pol/2011/97') - al cinema palestrina

la pittura come creazione artistica che congela il tempo, inducendo lo spettatore a osservare (e giudicare, o, almeno, ricordare). majewski, videoartista e regista polacco emigrato negli stati uniti, entra, letteralmente, nel dipinto la salita al calvario, completato dal bruegel nel 1564 e fa vivere i numerosi personaggi che vi appaiono, raccontandoci le loro esistenze quotidiane con un cinema che è, a sua volta, pittura, ma di luce, grazie a una fotografia magnifica, a calibratissimi movimenti di macchina, all'assenza o quasi della parola.

ad hauer è affidato il ruolo del pittore fiammingo, che spiega il significato del quadro stesso, perlustrandolo e affiancandosi alle figure rappresentate. il tutto grazie alla tecnologia digitale e al blu screen, al mescolarsi di paesaggi reali, fondali dipinti che richiamano il quadro e personaggi in carne e ossa. i piani si sovrappongono: i colori della passione racconta l'atto creativo del pittore (e le fonti della sua ispirazione per volti, luoghi, gesti), ma anche le fiandre della sua epoca, brutalmente dominate dagli spagnoli, che soffocavano nel sangue i movimenti religiosi riformistici e che brugel immagina come i carnefici di cristo. il cui sacrificio si dimostra sempre attuale anche grazie alla pittura. la forza dell'arte come simbologia "sensibile" (il mulino che offre il pane della vita) si intreccia al mistero della condizione umana, colta nel rapporto con il divino ma, contemporaneamente, nei momenti più semplici, nel dolore, negli istinti più bassi. poi, un carrello all'indietro accompagna fuori dal quadro. e dal film. con un senso di vertigine - forse più intellettuale che emotiva, eppure alla fine quasi mistica - provocato dal viaggio, fisico e temporale, all'interno di una tela, dentro, dietro il mondo che il pittore voleva rappresentare. la terza dimensione della pittura.

un'intervista al regista

il trailer

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